Correte in edicola!!!

A pagina 17 della cronaca romana de “La Repubblica” di oggi, c’è un’intervista davvero interessante di Stefano Clerici allo chef Angelo Troiani, patron de “Il Convivio”, famoso ristorante della Capitale. Molte le considerazioni interessanti sul caro prezzi e sul futuro della ristorazione, ma la considerazione “forte” di tutta l’intervista è la chiosa finale.

Domanda: “Ma che ne pensa delle guide specializzate?”.

Risposta: “Penso che abbiano fatto del bene al nostro mondo. Creano interesse nella gente, specie se, come quella che fate voi, non vogliono essere considerate la Bibbia della buona tavola”.

Ora sì che ne abbiamo di spunti di riflessione per il week end!

P.S.: l’intervista è affiancata da una pubblicità a tutta pagina della guida dei ristoranti di Roma 2008-2009 de “La Repubblica” uscita in questi giorni

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Turista fai da te? Ahi, ahi, ahi!

La tipografia ci ha appena consegnato la nostra prima pubblicazione in lingua inglese, Roma nel Piatto – Eat as the Romans do. Si tratta di una guida critica ai ristoranti (150) e alle pizzerie (51) della Capitale, completata dalla segnalazione di 258 negozi per gourmet (enoteche, gastronomie, ecc.). Nel realizzarla ci siamo posti un obiettivo primario: suggerire al turista tutta una serie di indirizzi frequentati abitualmente dai romani, lontani anni luce dalle cosidette “trappole per turisti”, quei posti, per intenderci, con menù plastificati e camerieri/procacciatori che ti bloccano con improbabili frasi in inglese maccheronico… La filosofia è la stessa delle altre nostre pubblicazioni: porre a zero i conflitti di interesse con le categorie che valutiamo in modo critico (con tanto di voto). Per fare questo le visite le facciamo in reale anonimato e ci rifiutiamo di vendere pubblicità alla categoria dei ristoratori.

Roma nel Piatto - Eat as the Romans do

Per avere una prima idea di come è fatta all’interno la guida potete cliccare qui, mentre per prendere visione dei comunicati stampa, qui trovate quello in italiano e qui quello in inglese.

La guida è già acquistabile nel nostro sito www.lapecoranera.net e, dalla prossima settimana sarà in vendita pure nelle edicole e nelle librerie della Capitale.

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Il conto di Giuda

Merita un dettagliato racconto l’esperienza vissuta ieri sera nella nuova sede del Giuda Ballerino. Chi ci segue sa quanto abbiamo parlato bene in passato di questo ristorante, che ha avuto l’indubbio merito di portare una ristorazione di qualità in periferia. Ed è così che, carichi di aspettative, siamo andati a testare l’offerta nella nuova location. In realtà le offerte sono due: una piccola sala in cui viene proposta la loro solita cucina ricercata e di qualità e una più grande, chiamata osteria, in cui si mangiano piatti più semplici ed accessibili.

Chiamo nel pomeriggio per prenotare il ristorante (ovviamente utilizzando un cognome falso) e mi viene detto che la sala è al completo e che c’è posto solo in osteria. Faccio un giro di telefonate alle persone che mi accompagneranno per sentire se per loro va bene lo stesso e richiamo per riservare un tavolo da 5 in osteria, provando nuovamente a sondare la possibilità di usufruire dell’offerta ristorante: niente da fare. Ci rassegniamo e decidiamo di andare all’osteria. Il primo impatto con il nuovo locale è molto positivo: un lungo bancone all’entrata ricco di leccornie con le quali ingannare l’attesa di un tavolo; in fondo la piccola saletta ristorante, a destra un corridoietto, delimitato dalla bella sala climatizzata per il vino e, a sinistra, dalla cucina a vista, tramite il quale accedere all’osteria. L’arredamento è caldo e ben pensato, e sulla lavagna appesa al muro è possibile prendere visione dell’offerta. Fino a qui tutto bene…

Che non sarebbe stata una gran serata lo capiamo appena ci vengono prese le ordinazioni: alla richiesta della lista dei vini ci viene detto che dobbiamo farci un giro nella saletta climatizzata per scegliere dagli scaffali la bottiglia (a me personalmente ha fatto piacere, ma non mi pare corretto costringere ogni avventore a tale processione, in assenza della quale dovrebbe affidarsi al responsabile di sala, ordinando senza conoscere i prezzi). Ma torniamo ai vini: la scelta è ampia e di qualità e i ricarichi sono irrisori, tanto da farmi chiedere conferma. Scopro così che al tavolo c’è un ricarico del 20% sui prezzi esposti: sempre basso, ma dovrebbe essere palesato… Ordiniamo un bianco e un rosso e chiediamo che vengano portati contestualmente al tavolo. Arrivano ad antipasto ultimato (il pane, per fortuna è arrivato a metà…) e ci viene versato il bianco nei 5 bicchieri disponibili…e il rosso come lo beviamo? C’è affollamento in sala e non vogliamo tediare i camerieri, per cui chi opta per il rosso si “lava” il bicchiere da solo sotto gli occhi imperterriti del personale. Con il proseguire della cena ordiniamo un’altra bottiglia di rosso diversa dalla prima: visto che abbiamo i bicchieri pieni viene lasciata stappata in tavola senza farla neanche assaggiare e con l’idea di portare altri bicchieri che non sfiora neanche il pensiero dei camerieri! Il quadro del servizio è completato da altre imprecisioni marchiane, come ad esempio i piatti della stessa portata che arrivano in ordine sparso, con attese anche di 10 minuti fra il primo e l’ultimo, oppure la sparecchiatura del tavolo effettuata in modo cortese ma con richieste del tipo “mi passa il piatto?”. Insomma della serie, vabbè che siamo in osteria, ma c’è un limite a tutto.

Ironia della sorte, nel tavolo vicino al nostro due clienti hanno ricevuto un trattamento completamente differente. In pratica è stato concesso loro di cenare in osteria con un menù totalmente diverso (con piatti non disponibili per gli altri avventori dell’osteria e presumibilmente in carta nell’offerta ristorante) in quanto amici dello chef, con un servizio cadenzato perfettamente ed eseguito in prima persona dalla moglie del cuoco (unico tavolo in osteria a beneficiare della sua professionalità) e frequenti visite di Andrea Fusco a spiegare le sue creazioni. Ed è così che la nostra acqua arrivava in tavola già in brocca e la loro in bottiglia, il nostro cestino del pane era molto più scarno del loro, il nostro zucchero in bustina e il loro nelle zuccheriere, e via dicendo, con un elenco che potrebbe essere lunghissimo… E’ ovvio che il cuoco può fare come vuole, ma una disparità di trattamento di questo tipo è a nostro avviso intollerabile!

Ed arriva il momento del conto… Sotto vi riporto la scansione del pre-conto.

Le voci evidenziate sono degli errori. In pratica l’arancino con ragù di asino era uno e non tre e, soprattutto, la voce “4 PROPOSTA SOMMELIER” completamente ingiustificata. In pratica 123 euro in più in un conto che avrebbe dovuto essere di 245,40 euro! Un mio commensale si indispettisce non poco e va a farlo notare in modo fermo. Ne nasce una discussione durante la quale si fanno notare anche le pecche nel servizio e la disparità di trattamento fra i tavoli. Risultato? Una cameriera viene in tavola e ci dice che lo chef ci offre la cena. Abbiamo insistito per pagare, ma è stato impossibile, vista la fermezza dello chef. Direte voi, vi è andata di lusso! Neanche per sogno. Anche in questo atteggiamento abbiamo scorto un segnale di supponenza, dato che ha motivato il gesto con il fatto che ci eravamo lamentati del servizio. Sarebbe stato molto più apprezzato da parte nostra, vedere arrivare lo chef al tavolo che, mortificato per l’errore, si scusava per l’accaduto e ci faceva pagare il giusto, magari offrendoci un giro di superalcolici. Sarebbe stato sicuramente più di classe. E invece con questo gesto abbiamo avuto la netta percezione di un trattamento di voluta superiorità, di chi non accetta umilmente che il proprio lavoro possa venir messo in discussione.

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Da Ottavio dove il menù è un optional

Sono molto rari i post che dedico ad un ristorante in particolare, ma nel caso di Ottavio, alla luce dell’esperienza che abbiamo vissuto ieri sera, non posso esimermi dal farlo…

Antefatto – Ogni volta che andiamo in questo ristorante a fare la recensione, ci troviamo costretti a segnalare la pessima usanza di non portare il menù in tavola e di “pretendere” di elencarlo a voce, lasciando così il cliente all’oscuro dei prezzi, che in questo caso non sono neanche abbordabilissimi…

Ieri sera si è però toccato il fondo!!! Ci sediamo e ci viene detto che presto arriverà il maitre ad elencarci i piatti. Chiediamo nel frattempo il menù, ma ci viene comunicato che qui non si usa, che loro i piatti li elencano a voce… Insistiamo ed ancora un rifiuto, motivato questa volta con il fatto che molti piatti non sono riportati in carta… Dopo un paio di minuti di tira e molla arrivano finalmente i menù, insieme al maitre visibilmente infastidito per la nostra insistenza. La cena va avanti ed ecco che con i dolci si ripresenta lo stesso inconveniente. Insistono per elencarceli a voce e, stancati da tale modo di fare, accettiamo. Non ci viene però menzionato il tiramisù che invece avevamo visto in carta. Alla nostra richiesta se fosse disponibile, ci viene risposto di no e che non lo era mai. Deve essere stata eloquente la nostra perplessità, tanto da far sentire il cameriere in dovere di dare un’ultima, sconcertante, spiegazione: “Signore, glielo avevo detto che il nostro menù non è attendibile!!!”.

Sappiamo bene che molti avventori non ci fanno caso ad episodi del genere, ma questo non autorizza il ristoratore ad avere un atteggiamento poco corretto: un cliente ha il sacrosanto diritto di essere a conoscenza, prima di ordinare, di quanto andrà a spendere! Da quello che ci è dato sapere, non esistono zone franche in cui questo diritto non vale, ma da Ottavio sembra non ne tengano conto…

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Per un pugno di copie vendute

Ormai tutti sanno dello scoop fatto da L’Espresso sui vini sofisticati ed in tanti hanno scritto al riguardo. Ne parlo ora di ritorno dal Vinitaly dove ho avuto modo di parlare con molti produttori. Sono incazzati come bestie ed hanno ragione. Fatto salvo il diritto di cronaca, pare a tutti evidente che la tempistica e il titolo dell’articolo, Velenitaly, siano quanto meno sospetti… Il giorno di apertura della principale manifestazione sul vino italiano, con tutte le luci della ribalta puntate sopra, uscire con un articolo del genere significa fare del “terrorismo” giornalistico, in un momento in cui il Made in Italy è già sotto pressione (basti pensare alla questione della mozzarella di bufala).

Scusatemi se sono malpensante, ma sono propenso a credere che il “movente” del pezzo e del suo titolo sia stato più il miraggio di vendere delle copie in più del settimanale che la volontà di esercitare il sacrosanto diritto di cronaca. Titolare l’inchiesta Velenitaly significa gettare fango anche su una miriade di produttori che lavorano onestamente in un periodo di estrema difficoltà e che non hanno la possibilità di difendersi dal discredito…almeno che non agiscano su un campo che scommettiamo essere molto caro ai responsabili del gruppo, quello della pubblicità. Fossi un produttore di vino che abitualmente utilizza i mezzi del Gruppo L’Espresso per pubblicizzare i propri prodotti (La Repubblica, L’Espresso, Radio Deejay, Radio Capital, il comparto guide e via dicendo), sospenderei immediatamente gli investimenti dirottandoli su altre testate. A quel punto, se il gruppo agisse veramente per fini etici legati al diritto di cronaca, dovrebbe fregarsene e tirare dritto. Permettetemi di pensare che così non sarebbe e che magari si ripresenterebbe una situazione simile a quella che ha visto coinvolto Il Sole 24 ore con Dolce & Gabbana per via della recensione negativa sul ristorante Gold da parte di Camilla Baresani….

Staremo a vedere

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Sulla natura democratica delle guide

In questi giorni in rete c’è un certo fermento riguardo la possibile realizzazione di guide dei ristoranti e dei vini partecipate dal basso, realizzate cioè da utenti qualsiasi collegati fra loro da una redazione virtuale, stile Wikipedia. C’è un interessantissimo post al riguardo su Vinix che vi consiglio di leggere e proprio stamattina mi è arrivata una mail che mi invitava a testare questa guida vini (autodefinitasi) democratica.

Come molti di voi sanno, esistono già delle guide dei ristoranti realizzate con i contributi dei lettori, ad esempio la famosissima Zagat ormai ramificata in tutto il Mondo oppure la nostrana Il Mangelo che realizza due pubblicazioni dedicate a Milano e Roma. Il meccanismo pressappoco è sempre lo stesso: gli utenti si devono registrare al sito internet e da lì possono inserire recensioni sui ristoranti e dare i voti. E’ poi la redazione ad effettuare un lavoro di filtraggio e di ponderazione dei giudizi per arrivare alle schede finali. I due progetti suddetti portano alla realizzazione di guide cartacee che vengono vendute, ma sono diversi i casi, per lo più amatoriali, di guide on-line fruibili da chiunque gratuitamente.

I lati positivi di questo approccio editoriale sono principalmente riconducibili al fatto che tutti hanno voce in capitolo e che quindi si ha una certa democratizzazione nel processo di recensione. A mio avviso, però, questi aspetti non sono sufficienti a bilanciare tutti gli inconvenienti che si hanno con questo modo di procedere. Innanzi tutto ci si espone a dei comportamenti opportunistici che, se mascherati con cura, sono difficili da eliminare: mi riferisco, ad esempio, ad un ristoratore che fa dell’autopromozione o che parla male del suo competitor, oppure ad un cliente rancoroso che, perdendo obiettività, getta fango sul lavoro di cuochi e camerieri. Anche in assenza di questi comportamenti scorretti, una guida così fatta non mi convince. A mio avviso, infatti, una delle priorità che deve avere un responsabile di una guida è quella di rendere il più omogeoneo possibile il sistema di valutazione di tutti i collaboratori: l’ideale sarebbe una perfetta coincidenza dei giudizi di tutti gli estensori delle schede. Per raggiungere questo risultato, c’è a parer mio solamente una strada: selezionare con cura le persone e condividere con loro molte cene e occasioni formative in modo da far loro capire perfettamente cosa ci si aspetta nella valutazione di un ristorante. Questo è impossibile da ottenere in una guida partecipata dal basso.

L’obiezione che mi sento muovere a questa considerazione è che visto l’elevato numero di contributi raccolti nelle guide realizzate dagli utenti, il valor medio dei voti espressi è misura significativa del livello di quel dato ristorante. Niente di più sbagliato! Il compito di una guida, infatti, non deve essere quello di riportare la valutazione media degli utenti, ma quella di “guidarli”. Personalmente, da quando realizzo guide dei ristoranti, mi sono imbattuto in tante persone che ti consigliano quel posticino perché si mangia bene: se avessi fatto una guida con il contributo dei lettori, quei ristoranti avrebbero avuto un bel voto, mentre magari visitandoli non mi hanno entusiasmato. Per come intendo l’attività di recensione, il mio compito, come editore e curatore di una guida, è quello di esprimere un giudizio soggettivo su tutti i ristoranti inseriti (rendendo le valutazioni del team di ispettori il più omogenee possibile) e non quello di appiattirmi sul valor medio del parere dei lettori. Sarà poi il mercato a dire se sono attendibile o meno: i lettori soddisfatti presumibilmente compreranno nuovamente la guida, quelli insoddisfatti si rivolgeranno alla concorrenza.

In conclusione, la partecipazione dal basso non è sinonimo di ricchezza di un prodotto, ma di superficialità. E’ evidente che persone che vanno a mangiare per lavoro 150-200 volte all’anno in un certo tipo di ristoranti hanno una sensibilità e una competenza diverse. Per questo penso che una guida, per essere veramente credibile, debba essere concepita dall’alto, senza presunzioni di casta ma con la consapevolezza di una maggior competenza, in questo settore, rispetto all’appassionato medio.

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Gradite un aperitivo?

C’è una frase nel mondo dell’alta ristorazione che è ormai diventata un tormentone; pronunciata dal cameriere di turno, appena seduti al tavolo e prima della consegna dei menù, suona in più modi, simili fra loro. Si va dal “Gradite un aperitivo?” al “Possiamo portare un aperitivo?” oppure a “Iniziamo con un aperitivo?”.Perché parlarne? Tutto sommato sembra un atto di cortesia verso l’avventore, il metterlo a proprio agio con delle bollicine. Lo sarebbe, se queste venissero offerte, ma in presenza delle frasi suddette, nel 99% dei casi abbiamo poi ritrovato nel conto tale “cortesia”.A mio parere questo modo di comportarsi è poco corretto e trasparente verso l’avventore, in quanto lo si mette di fronte ad una scelta con una palese asimmetria informativa: il cameriere conosce il prezzo dell’aperitivo, il cliente no! Si potrebbe obiettare che il costo uno può sempre chiederlo, ma ci sono molte situazioni in cui questo è “imbarazzante”.Restringendo la nostra analisi al panorama enogastronomico romano, possiamo assicurarvi che ad altissimi livelli quasi tutti si comportano così, a partire dal pluristellato Heinz Beck, con i suoi 19 euro per una flûte di Champagne, per arrivare a Il Pagliaccio di Anthony Genovese. Per non parlare di una recente esperienza da Narciso, deludente ristorante a Via Sistina, dove il “gradite un aperitivo” ha inciso per 16 euro a testa nel conto! Visto questo malcostume dilagante, ci piace segnalare tre ristoranti di altissimo livello nei quali l’aperitivo viene direttamente offerto (scelta che, visti i prezzi, ci sembra la più corretta): Antonello Colonna a Labico, il Tordo Matto a Zagarolo e, fuori regione, Vissani a Civitella del Lago.

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Quando si dice un conto dettagliato…

Ci sono degli aspetti di una certa ristorazione “romana” che proprio non sopporto e voglio, a titolo esemplificativo, riportarvi un’esperienza vissuta recentemente in un’osteria dei Castelli. Secondo voi è tollerabile vedersi recapitare un conto in questo modo?

E’ quanto ci è successo l’altra sera alla Cantina Colonna a Marino (RM). Chiediamo il conto e ci viene portato quel foglietto, senza il minimo dettaglio dei piatti presi. Alla richiesta della ricevuta, poi, ci viene detto che era pronta (in effetti era vero) e che ce l’avrebbero data all’uscita. Per lo meno lì c’erano tutte le informazioni che andavamo cercando: 2 menù a prezzo fisso di 30 euro ciascuno… Inutile dire che avevamo ordinato alla carta.

Ora la polemica non è per il prezzo pagato, onestissimo rispetto alla qualità e alla quantità dell’offerta, ma per il principio. Non è giusto privare il cliente di alcune informazioni essenziali, nascondendosi dietro alla scusa di una voluta informalità del servizio. Per la cronaca, appena seduti, prima della consegna dei menù ci è stata posta la classica domanda: “vi portiamo un antipastino?”…

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E’ morto Nicola Santoleri, un grande uomo

Ho appreso solamente ora una notizia che mai avrei voluto sentire. Mercoledì notte è morto in un incidente stradale all’età di 58 anni Nicola Santoleri, un imprenditore vinicolo con la I maiuscola. Normalmente in questi casi l’ipocrisia regna sovrana e il defunto diventa subito la migliore persona del Mondo, a prescindere da quello che ha fatto in vita. Se così fosse stato, ci saremmo astenuti dallo scrivere un post…ma Nicola era veramente un grande uomo! Ho avuto la fortuna di conoscerlo tre anni fa in occasione di un itinerario che realizzammo nella sua Guardiagrele (CH) e fu feeling a prima vista. Una persona schietta, diretta, sincera, generosa, lontano anni luce dalla nuova leva dei viticoltori “fighetti” e finti. Trascorremmo una giornata insieme all’insegna del buon bere e del buon mangiare. Non mi scorderò mai questo episodio: arrivammo di fronte alla sua cantina al centro del paese. Entrò e ci disse di aspettare fuori…5 minuti e niente, non si vedeva… Ad un certo punto ci aprì la porta e, con l’entusiasmo di un ragazzino, ci disse di accomodarci: capimmo il motivo dell’attesa non appena vedemmo le botti illuminate da luci in fibra ottica e fummo avvolti da dolci note di musica classica. Era entrato prima per accoglierci in questo modo… La sera non sentì ragioni e ci volle suoi ospiti a La Grotta dei Raselli; mangiammo splendidamente, accompagnati dalle vecchie annate dei suoi vini, conversando fino a notte fonda (rientrammo a Roma che erano le tre passate…). Una giornata fantastica come rarissimamente mi è capitato di vivere e questo grazie all’incontro con Nicola, una persona Vera, un Grande, come grandi sono i suoi vini, soprattutto il Montepulciano d’Abruzzo, una delle massime espressioni del genere.Addio Nicola, ci mancherai!

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Una storia di cantanti, suonatori e suonati

Metti una sera d’estate, la splendida cornice della città eterna, un gran bel concerto di Carmen Consoli nell’Auditorium progettato da Renzo Piano… Metti tutto questo e metti pure un discreto appetito dato che alle 23.40 ancora non si è cenato.In queste condizioni anche un rinomato (?) gourmet quale il sottoscritto si crede di essere, può commettere la classica imprudenza, ovvero farsi tentare dal primo ristorante che incontra, il Rori’s Restaurant.Volevamo mangiare una cosa veloce ed in effetti i tempi di attesa sono stati molto contenuti (troppo ad essere maligni…). Ma questo è stato l’unico aspetto positivo della serata… Già dall’arrivo della cameriera intuiamo quello che sarebbe stato il mood della cena. Ordiniamo un piatto di bufala e prosciutto, un’amatriciana e degli straccetti con la rughetta, accompagnandoli con un bicchiere di Montepùlciano (l’accento è quello usato dalla signorina che ci ha servito…). Ci viene chiesto, prima volta nella storia almeno per chi scrive, se gli straccetti li volevamo al sangue o ben cotti, e ci vediamo recapitare un bicchiere del pregiato nettare già riempito lontano dai nostri occhi in una misura troppo scarsa rispetto a quanto dovuto. Arriva poi il prosciutto, ma non con la mozzarella ordinata bensì con del melone… Giungono poi in tavola i bambolotti all’amatriciana (scotti) e un’altra porzione di bufala e prosciutto in luogo del piatto di carne suddetto. Capito l’errore, finalmente ci portano gli straccetti e può quindi iniziare la caccia al tesoro all’interno della montagna di rughetta… Insomma, un’esperienza disastrosa con la classica ciliegina finale: un conto di 43,50 euro (circa 80 mila delle vecchie lire, per intenderci) con prezzi curiosi. 6 euro per il mezzo bicchiere di un modesto Montepulciano, pardon Montepùlciano, 12 euro per 3, dico 3, fette di prosciutto e ben 2 ovoline di bufala servite fredde di frigorifero, 3 euro per il pane, e via dicendo…Ora penso non sia più necessario specificare chi sono i suonatori e chi i suonati a cui si è fatto cenno nel titolo… Purtroppo il discorso è sempre lo stesso: quando la gente ti “casca” dentro il ristorante non per la tua fama ma perché godi di una posizione favorevole, troppo spesso si trascura la qualità dell’offerta.Saremmo curiosi di sapere cosa ne pensa Carmen Consoli, che mangiava nel tavolo a fianco al nostro, di questo indirizzo, ammesso che abbia ricevuto lo stesso trattamento… Forse, azzardiamo un’ipotesi, sarà stata più confusa che felice…

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